La lunghezza precisa del proprio passo

Oggi vi proponiamo l'introduzione di Giovanna Zoboli al volume La Casa delle Meraviglie, curato da Loredana Farina, che pubblicammo nel 2013: lunga intervista a Rosellina Archinto e raccolta di saggi sulla sua Emme Edizioni. Perché? Perché in questo scritto si parla di una cosa molto importante che riguarda un editore che, come noi, ha fatto libri illustrati. Ovvero della ragione per cui li ha fatti, i libri, e dei bambini per cui ha pensato di farli. L'esperienza di Rosellina Archinto, editore di libri per bambini, fu straordinaria, ed è ancora troppo poco conosciuta, soprattutto da chi oggi si sta formando, per l'importanza che ha avuto, in Italia e nel mondo. A lei si deve la scoperta di grandi autori e illustratori e l'invenzione di un modo di fare i libri che rimane a tutt'oggi insuperato. Ma soprattutto si deve un modo di intendere la letteratura illustrata che si fonda sull'intelligenza visiva dei bambini e sulla consapevolezza e la fiducia che gli adulti debbono avere di questa e in questa se vogliono dare ai bambini strumenti adatti a loro. Nella storia di Emme, parole come immagine, visione, narrazione visiva, sguardo, occhi, lettura sono fondamenti, pilastri di quello che fu ed è ancora un catalogo perfetto. Ripercorrere la sua storia editoriale, perciò, aiuta a mettere a fuoco e ad approfondire temi di cui oggi si parla molto, ma spesso senza andare a fondo, costruendo ovvietà, anziché strumenti critici. Invece capire davvero, in modo preciso e concreto, cosa sia un libro illustrato, come nasce, cosa se ne fa un bambino, che cosa significa ricerca editoriale è importante, per sbarazzarsi di approssimazioni, lacune, luoghi comuni, errori. Rosellina Archinto fa ancora scuola. 

[di Giovanna Zoboli]

A un editore capita di immaginare chi leggerà i suoi libri. Se i suoi libri sono per bambini, immaginerà dei bambini.

Mi sono chiesta a che bambini pensasse Rosellina Archinto quando faceva i suoi libri. All'inizio, certamente, pensava ai propri, per i quali mise in piedi la Emme: per dare loro buoni libri da guardare, da leggere.

Ma dopo? Quando la Emme divenne una grande casa editrice, con un catalogo capace di svilupparsi in ogni direzione, di colonizzare ogni angolo del sapere, di sperimentare ogni ambito culturale, di toccare ogni genere letterario, ogni immaginario, ogni tecnica, ogni stile? A chi stava pensando?

 

Al termine del primo incontro con Loredana Farina a proposito del progetto di questo libro, dopo aver trascorso qualche ora fra pile di libri e di cataloghi Emme, in un parossismo di ammirazione, disorientata dalla vitalità di questa creatura editoriale dal temperamento indomabile, esuberante, sfuggente, allegrissimo, abbagliante, ho chiesto a Loredana: «Ma a che bambino pensava Rosellina Archinto con questi libri?»

«Le è stato spesso domandato, ma lei non ha mai risposto» è stata la risposta. Bene. Era giugno. Poco dopo sono venute le vacanze. In campagna, fra tante cose da leggere, mi sono portata un classico: Kim di Rudyard Kipling.

Bisognerebbe poter coltivare insieme alle buone letture, le buone lacune. Libri che per qualche ragione si sottraggono, per decenni, alla lettura, per presentarsi puntuali come il destino, quando sono necessari. Grazie a una lacuna, ho fatto la conoscenza di uno dei ragazzi più incredibili della storia della letteratura, apparsomi spavaldamente in groppa a un cannone, di fronte al vecchio Ajaib-Gher, ovvero la Casa delle Meraviglie, come gli indigeni chiamano il museo di Lahore, abitata, niente meno, che dal Custode delle Immagini.

Seduto a cavallo dello Zam-Zammah, Kim domina la strada, ovvero non fa «niente e con enorme successo». Il Piccolo amico del Mondo, come lo chiamano in città, parla cento lingue, guarda, ride, gioca, impara, si diverte, si traveste, scappa, ruba, incanta e si lascia incantare, e cammina, cammina, cammina. Ma soprattutto osserva. Osserva tutto, specialmente quel che non conosce e che, per questo, attrae magneticamente la sua attenzione. Come lo sconosciuto che compare nel primo capitolo del romanzo e che tanta parte avrà nella storia del protagonista:

“Era anziano, e sulla zimarra di lana si portava ancora dietro dai valichi montani il fetore dell'artemisia.
«O bambini cos'è quella grande casa?» chiese in ottimo urdu.
«L' Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie!» Kim non aggiunse titoli come Lala o Mian: non riusciva a indovinare di che religione fosse.
«Ah, la Casa delle Meraviglie! E ci può entrare chiunque?»
«Sulla porta sta scritto: aperto a tutti.»
«Senza pagare?»
«Io entro ed esco, e non sono certo un banchiere» disse Kim ridendo.”

Di meraviglie in questo romanzo se ne incontrano a ogni pagina. Ne è affollata, gremita la Grande Strada «la spina dorsale di tutta l'India», la prima scuola in cui Kim fa il suo apprendistato alla vita: ovvero la Grand Trunk Road. Razze, costumi, religioni, usi, uomini, animali, oggetti, abiti, merci, città, paesi, templi, fiumi, orizzonti, nature... Un caleidoscopio di immagini in movimento, un Catalogo della Bellezza del Mondo.

Anche la seconda scuola frequentata da Kim, il collegio di St Xavier, a Luknow, nonostante le regole da caserma e il rigore anglosassone, così alieni al protagonista, si rivelerà fonte di meravigliose sorprese. Abitato da ragazzi arrivati da tutta l'India, provenienti dalle culture e dalle famiglie più diverse, avvezzi a ogni tipo di avventura e inclini a fare di sé i protagonisti di ogni tipo di storia fantastica, questa istituzione mostrerà “un'atmosfera congeniale […] fatta apposta per aiutarlo a crescere”.

La terza scuola, la più inquietante, misteriosa, difficile, è quella tenuta da Lurgan Sahib, a Simla. Durante il primo incontro con quest'uomo intenso e sfuggente, maestro in incognito di giovani spie destinate al Grande Gioco, Kim noterà dapprima la visiera che gli copre il volto, quindi gli strani, penetranti occhi da gatto che lo fissano a lungo, dilatando e riducendo le pupille a punte di spillo. Lurgan Sahib allena la mente e lo sguardo dei suoi giovani allievi nella sua straordinaria bottega-spelonca.

“Il museo di Lahore era più grande, ma lì c'erano più meraviglie: pugnali da fantasmi e ruote da preghiera tibetane; collane di turchese e di ambra grezza; braccialetti di giada verde; bastoncini di incenso curiosamente raccolti in vasi incrostati di granati grezzi; le maschere diaboliche della sera prima e una parete tappezzata di drappeggi blu pavone; statuette portatili di Buddha e altarini portatili di lacca; samovar russi con turchesi sul coperchio; servizi di finissima porcellana in bislacche scatole ottagonali di bambù; crocefissi di avorio giallo... provenienti nientemeno che dal Giappone, almeno a sentire Lurgan Sahib; balle di tappeti polverosi, dal tanfo micidiale, dietro paraventi marci e laceri a disegni geometrici; brocche per detergersi le mani dopo il pasto; incensieri di rame opaco né cinesi né persiani, corsi tutt'intorno da fregi di diavoli fantastici...”.

In questo antro oscuro, ribollente di magie e visioni, Kim apprende la disciplina dell'attenzione e dello sguardo grazie al più squisito dei giochi: il Gioco dei Gioielli che consiste nell'imparare a osservare e a dire la dettagliata geografia di splendore che attraversa una manciata di pietruzze preziose.

“Al sottoscritto un'occhiata basta e avanza”, esclama, strafottente e sicuro di sé, il giovanissimo aiutante indù di Lurgan Sahib, sfidando Kim alla competizione. “Quando le avrai contate e toccate e sarai convinto di ricordarle tutte, le coprirò con questo foglio e tu dovrai rifarne l'elenco a Lurgan Sahib. Il mio lo scriverò.” La performance di Kim è modesta, balbettante, stonata, a confronto di quella del ragazzino indiano, che alla precisione dello sguardo accompagna una perfetta padronanza di parola.

“...C'è un un unico pezzo di ambra verdognola da pipa, e un topazio intagliato di provenienza europea. C'è un rubino di Burma, di due ruttee, senza difetti, è c'è un balascio difettoso, di due ruttee. C'è un avorio lavorato della Cina che rappresenta un topo che succhia un uovo; e per finire c'è – ah ah! - una sfera di cristallo grande come un fagiolo incastonata in una foglia d'oro.”

Davanti a un Kim sorpreso, indispettito e umiliato da tanta destrezza, il gioco viene ripetuto con cose normali, cianfrusaglie varie, oggetti. E ogni volta il piccolo indù afferma la sua superiorità di osservatore e finissimo dicitore di meraviglie.

Durante la permanenza a Simla, sarà proprio a questa attività che Kim, deciso a impadronirsi di quest'arte dello sguardo e dell'intelligenza, si dedicherà con tutto l'ardore di cui è capace.

“Furono dieci giorni assolutamente folli, ma Kim si divertiva troppo per riflettere sulla loro assurdità. Al mattino facevano il Gioco dei Gioielli, a volte con pietre vere, a volte con spade e pugnali. Altre ancora con fotografie di indigeni. Durante il pomeriggio lui e il ragazzino indù montavano la guardia alla bottega, seduti in silenzio dietro una balla di tappeti o un paravento a spiare i tanti personaggi che si affacciavano da Mr Lurgan. […] Alla fine della giornata, Kim e il ragazzino indù dovevano fare un resoconto dettagliato di tutto quello che avevano visto e sentito, esprimere un'opinione sul carattere di ogni singolo avventore, basandosi sull'espressione, sulle parole, sull'atteggiamento, e formulare un'ipotesi sulle sue reali intenzioni.”

Nel catalogo Emme edizioni, c'è un libro che si intitola Basta guardare. È dedicato all'arte. Ma, certo, l'invito “a usare gli occhi” espresso nella sua presentazione si estende a molto altro. Scorrendo le annate dei cataloghi Emme, verrebbe da dire, a tutto il visibile. Quello offerto dalla realtà e quello immaginato dall'uomo. Una congerie di forme meravigliose che attende di prendere vita attraverso sguardi attenti.

Perché nei cataloghi Emme, è precisamente un viaggio attraverso il visibile a dipanarsi di libro in libro, dispiegandosi ogni volta in un racconto di forme completamente nuove. Per decifrarlo, comprenderlo, farlo proprio, il giovane lettore ha a disposizione esclusivamente le risorse del proprio sguardo, la profonda intelligenza degli occhi capace di entrare in relazione con le cose.

Sono libri diversissimi l'uno dall'altro per formati, immagini, parole, contenuti, tecniche utilizzate. Ognuno con il proprio stile. Ognuno, si potrebbe dire, con il proprio carattere. Libri diversi come lo sono le persone, per le quali non esiste un foglietto di istruzioni, una conoscenza precostituita, per cui non esistono bigini, e dunque per conoscerle (come sempre accade per entrare in relazione con l'unicità), non si può che ricorrere all'attenzione, all'osservazione. Libri diversi come lo possono essere una manciata di pietre preziose, o una raccolta di spade e pugnali, di fotografie.

La prima volta che mi sono resa effettivamente conto del lavoro immenso che ha fatto Rosellina Archinto con la sua Emme, è stata sfogliando le pagine di una proposta di catalogo di albi illustrati pubblicati da Emme, realizzato da Luigi Paladin. Sapevo, più o meno come tutti, che la Archinto aveva il merito di aver pubblicato in Italia, spesso per prima, Munari, Lionni, Carle, Luzzati, Mari... Insomma, i nomi che poi sono diventati famosi e che oggi costituiscono la fortuna di diverse case editrici.

Attraverso quel catalogo, mi resi conto che Emme, in vent'anni di lavoro, nei quasi mille titoli pubblicati, era andata cucendo una meravigliosa tela di bellezza, di visioni, di forme, lungo i fili della quale i bambini, tutti i bambini, potevano trascorrere allegramente e liberamente, alla ricerca del proprio itinerario. Una biblioteca per immagini, configurata come un Catalogo della Bellezza del Mondo, capace di creare “un'atmosfera fatta apposta per aiutare a crescere” e fondata su una illimitata, granitica fiducia negli occhi dei bambini, nell'intelligenza del loro sguardo.

Una Casa delle Meraviglie sulla porta della quale stava scritto “aperto a tutti” e nella quale i bambini, tutti i bambini, potevano entrare e uscire, a piacere, seguendo la propria curiosità, la propria disposizione alla meraviglia e alla felicità.

Cosa condividono il Kipling, appassionato narratore di ragazzi e per ragazzi, e la milanesissima, inarrestabile signora Archinto? Molto.
Una fiducia assoluta nelle potenzialità e capacità dei bambini e dei ragazzi. L'importanza dello sguardo e del guardare nell'educazione.
Una idea di osservazione e attenzione come forme specifiche di conoscenza.
Una idea di scuola diffusa: dall'aula alla strada.
L'importanza dell'apprendistato dei bambini in ogni ambito dei mestieri e dei saperi. L'importanza delle esperienze, e di esperienze autonome e concrete, nella crescita dei bambini e dei ragazzi.
Una idea di cultura intesa come eclettica e molteplice esperienza del mondo e di tutte le sue possibili forme.
Una idea di divertimento come esperienza diretta e appassionata della vita e del mondo, nella sua complessità.
La necessità di apprendere, giocando, cose molto importanti e molto serie.
La necessità della ricchezza e della varietà dei punti di vista e delle voci nella crescita dei bambini.
Una idea di educazione e formazione come grande, travolgente avventura umana, percorso di conoscenza del mondo interno ed esterno, sviluppo di una personalità creativa, autonoma e responsabile.

In una pagina di Kim, l'agente segreto R. 17, dalla prodigiosa capacità mimetica, al secolo Hurree Chunder Mookerjee, spiega al giovane Kimball O'Hara, in procinto di rientrare a St Xavier dopo una vacanza sulla Grande Strada, i vantaggi dell'istruzione. C'è tutto da guadagnare, dice, a conoscere Wordsworth e il latino, il francese e le opere teatrali, come Lear e Giulio Cesare. Così come, per essere un bravo topografo, quale Kim diventerà, c'è vantaggio ad apprendere l'arte e la scienza della misurazione. Per la quale non servono “bigini”, ma solo bussola livello e, soprattutto, “occhio buono”. Oltre alla indispensabile capacità, per un ragazzo, di “sapere la lunghezza precisa del proprio passo, in modo da tracciare lo stesso le distanze anche se privo di […] “sussidi secondari”. […] Kim colse il filo del ragionamento, e lo trovò molto interessante. Ecco una nuova arte da imparare e mettere da parte; e guardando al mondo che gli si spalancava nella sua vastità davanti agli occhi, si sarebbe detto che più uno sa e meglio è per lui”.

Ecco, Rosellina Archinto forse non ha mai pensato a un bambino astratto, destinatario dei suoi libri, perché le interessavano i bambini, più che un'idea di bambino. Pensava, credo, nel fare i suoi libri tanto diversi l'uno dall'altro (al punto che potrebbero essere stati fatti da tante case editrici diverse) a tutti i bambini – bambini molto poco propensi a prestarsi a un concetto astratto –, e tutti diversissimi l'uno dall'altro, sapendo bene quanto diversi fossero nella realtà, esattamente come lo sono gli adulti. Per loro, per questi bambini concretissimi, dagli “occhi buoni”, faceva i suoi libri.

Oggi, la penso come una Custode delle Immagini, sempre in movimento dentro e fuori dalla sua Casa delle Meraviglie, pronta a divertirsi e a ingegnarsi a ogni libro, a farlo prodigando con gratuità le sue migliori energie, la sua generosa intelligenza, il suo coraggio, le sue cure, al solo scopo di spalancare davanti agli occhi dei bambini, dei ragazzi la vastità del mondo. Perché, davvero, come conclude il grande Kim, “più uno sa, meglio è”. Solo così si può imparare davvero la cosa più importante: la lunghezza precisa del proprio passo.

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